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Il rumore degli zoccoli nel fango gli era più familiare delle litanie.

L’odore del cuoio sudato, più sincero dell’incenso. 

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Mircea Laszlo era un soldato prima ancora che un uomo.

E non perché lo volesse, ma perché il Regno, la casata e la guerra

glielo avevano chiesto, da sempre.

Era il figlio minore del Conte di Eger, il posto in fondo alla tavola,

quello con l’armatura vecchia e il dovere mai scelto.

Ma se la sorte lo aveva posto in coda, la guerra lo aveva portato avanti.

A Vidin, le sue mani erano rosse prima che gli altri impugnassero le armi.

Sapeva quando colpire. Sapeva dove.

E, soprattutto, sapeva chi meritava di morire.

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“Saremo forse anche uno strano miscuglio di ogni genere di persona,
ma ora potremmo avere una possibilità di riprenderci ciò che è Nostro!”

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Aveva combattuto contro i nomadi dell’Est: Peceneghi, Cumani, altri senza nome ma con fame e ferro. Ogni volta tornava con più cicatrici e meno parole. Ma lo scontro che gli lacerò davvero l’anima non fu sui campi dell’Ungheria. Fu a Zara.

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Lì, sotto vessilli crociati, suo fratello Theo cadde. I veneziani celebravano, i vescovi benedicevano, i latini brindavano.
E lui imparò a odiare il sorriso di chi parla di Dio col sangue ancora fresco sulle mani.

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“Se gli Árpád vogliono il regno unito sotto un’unica fede, così sia…
ma non saremo mai davvero tutti fratelli in Cristo…”

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Ora, con il padre morente e un trono sempre più cauto verso Roma, a Mircea spetta guidare gli uomini in nome del Regno. La spedizione verso Tihuta è una necessità strategica, una partita sporca, piena di alleati che non avrebbe mai scelto. Ma che gli servono.

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“Se non fossi certo che questa missione fallirebbe senza quei maledetti occidentali,
li avrei già mandati tutti al diavolo.”

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Cammina accanto a Alida Nagy, e questo lo accetta. In lei non vede fragilità, ma pietra.

Comanda con uno sguardo, regge il dolore come si regge una fortezza: serrando i denti e pregando che la tempesta colpisca altrove. In lei, Mircea riconosce una nobile vera, non per nascita, ma per resistenza.

Eppure la sua vera fedeltà resta là, nei villaggi, tra chi non ha mai avuto voce.
I servi che hanno lavorato la terra, portato le decime, stretto i denti sotto padrone e prete.

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“Come possono ascoltare la chiamata della fede,
se li abbiamo abbandonati ai terrori di queste terre?”

​

Mircea non combatte per la corona.
Combatte per l’ordine che essa dovrebbe garantire.
E se Dio davvero è giusto, allora capirà:
che a volte la giustizia non si predica.
Si impone col ferro.

MIRCEA LASZLO

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